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giovedì 6 maggio 2010

Roadtec Z6 fase 3: i primi 3000 km


Questo doveva essere il post dei miei primi 1000 km con le Metzeler Z6 Interact, ma il tempo e la strada scorrono rapidi, è arrivata la primavera – si fa per dire – ed è diventato il post dei 2000 e infine dei 3000 km.
Avendo coperto un terzo della percorrenza che mi sono preposto di raggiungere, mi sembra un ottimo momento per un bilancio.

In questi primi 3000 km, ho guidato in ogni situazione, quindi la valutazione può essere considerata attendibile e completa, almeno per quanto mi riguarda.

I primi metri con le Z6 sono stati accompagnati dal mal tempo: questo mi ha costretto a guidare a velocità ridotta e con estrema prudenza, anche se la patina lucida, che ricopriva gli pneumatici all'acquisto, se n'è andata piuttosto rapidamente. Sono bastati la prima corsa con una giornata decente e l'asfalto intiepidito dal sole per percepire un aumento di aderenza.

Come promesso dal costruttore, le Z6 Interact raggiungono in pochi minuti una temperatura ottimale d'esercizio e, anche quando si procede per lunghi tratti diritti, alla prima curva le spalle infondono sicurezza; e quando si esce di casa, alla prima rotatoria si tocca già la pedana, quasi fossero gomme sportive.

Ecco, il feeling è l'aspetto che mi ha piacevolmente colpito su tutto: benché si tratti di una copertura turistica, la discesa in piega è molto progressiva e comunicativa: nel caso l'asfalto sia umido, o comunque freddo, la ruota anteriore si dimostra molto sensibile e offre una certa resistenza all'aumentare dell'inclinazione, specie alle basse velocità, lasciando intendere che, insomma, non è il caso di insistere.
Il comportamento è sicuro anche in caso di pioggia: i miracoli non si possono pretendere, ma con una guida attenta, ci si sente abbastanza sicuri e non si fa la fine di Lorenzo in piscina...

Di contro la rapidità nei cambi di direzione non è certo quella di una slick, ma può bastare per divertirsi su un budello di montagna.

Per ora non sono da registrare inconvenienti di alcun tipo e posso dirmi molto soddisfatto dell'acquisto.

domenica 14 marzo 2010

Il disgelo

Nevicate a marzo non se ne vedono spesso. Oggi, però, il cielo è di nuovo sereno e la temperatura ha cominciato a salire verso i cosiddetti valori medi stagionali. Ha ancora della strada da fare, ma il fatto che mostri buona volontà merita già un incoraggiamento. Intorpidito e reso incapace di camminare e di nutrire desideri a causa del lungo inverno, quasi mi lascio sfuggire la prima domenica decente da mesi a questa parte. Semplicemente non me ne accorgo. Ho altro per la testa e me ne sto in casa a commiserarmi, a pensare al lavoro.
Senza motivo apparente afferro il casco dallo scaffale ed inizio a pulirlo: giorni di pioggia, smog e neve si vedono anche qui. Mentre pulisco istintivamente alzo lo sguardo fuori dalla finestra: cosa c**** sto facendo?
Un attimo dopo il casco ce l'ho in testa e in sella alla mia moto esco dalla città. Me ne vado per gli affari miei, senza una meta o uno scopo, nemmeno una direzione. Solo la volontà di ritornare a dare un po' di gas, di sentire quella spinta sulle terga che ti proietta nel futuro. Procedo e piano piano mi sembra di sciogliermi. Mi sento ancora un po' impacciato, ma so che tra poco non sarà più così.
"E' un po' che non lo facciamo, non è vero?"
Seguo a caso le indicazioni stradali. Io lo chiamo viaggiare a simpatia, ovvero agli incroci scelgo il cartello con il nome che mi sta più simpatico. Il tutto secondo un criterio puramente soggettivo e legato al momento. Potrei di certo stilare una classifica delle indicazioni stradali che mi stanno in genere più simpatiche, ma non ha importanza. Ciò che ne ha, invece, è scegliere d'istinto, senza riflettere un attimo in più. Al massimo mi concedo un giro di rotonda per valutare le opportunità nascoste. Tanto c'è sempre tempo per girare la moto e tornare all'incrocio precedente.
Proseguo finché non sento finalmente che mi sono sciolto, che sia io sia lei ci siamo sgranchiti le ossa, slegata la muscolatura attrofizzata dalla routine cittadina. Povera belva, costretta a vivere la vita di un tram, a ripetere in continuazione lo stesso percorso casa-ufficio-casa. Finalmente libera. Raggiunto un punto sufficientemente distante mi fermo, scendo, le strizzo l'occhio, con complicità. Tolgo il casco e mi guardo attorno, in genere mi chiedo dove sono. So che sono al giro di boa. Giro la moto e spalanco la manetta, ora la strada la conosco.

Lezione numero 9: una meta è un buon modo per convincersi a partire, ma una volta partiti non serve più a niente.

lunedì 21 dicembre 2009

Ricordi dall'ottantacinque



I piatti sbuffano sul lavabo con la padella, in attesa come passeggeri alla fermata del tram.
Attendono e nel frattempo rimbrottano soffocati gli uni dal grasso gli altri dalle sciarpe.
Bevo un bicchiere di vino e nevica. Porcoboia se nevica.
Guardo fuori dalla finestra: saremo più o meno a mezzo metro ormai. Scende ininterrottamente dalle 15... Alzo il volume dello stereo per sentire un po' meno il freddo che attraversa il vetro (stanno passando Psycho Killer dei Talking Heads: che sia un caso?).

Sono passati 24 inverni ma il ricordo non può che andare a quel 1985. Allora la neve mi divertiva: berretta rossa di lana ben calata in testa, giacca a vento rosso blu lucida e soprattutto bob rosso che pareva una Ferrari, con tanto di freni e sellino imbottito quasi quanto le mie guance da "pischello". Anche allora a tirarmi, a fare il lavoro sporco, era il mio team manager di fiducia: mio fratello. Avevo già la mentalità del pilota e impartivo ordini chiari. Che rompiballe.
Più tardi quel bob divenne la minicross Morini e poi il motorino e poi la moto. In ogni caso c'era sempre il mio team manager personale con i miti consigli e in fondo anche oggi è così e un giro in moto senza di lui che a ogni sosta mi raccomanda prudenza ha la metà del gusto. Sarà questione di abitudine? Chissà...

I vasi sul terrazzo ormai non si vedono più e i camini sui tetti di questo quartiere, uguale a tutti gli altri o pure peggio, spuntano appena con la testa e sbuffano bianco affannati.
Non è che non nevichi mai, anzi per i miei gusti nevica pure troppo. E non è che non si sapesse: il week-end aveva già offerto la sua dose di bianconatal e ieri i meteorologi con la precisione di biologi genetici si erano raccomandati di non prendere l'auto perché per le 3 si attendeva l'abbondante nevicata. E infatti i milanesi cosa hanno fatto? Tutti in macchina: chi in colonna, chi alle prese con manovre autodistruttive chi con i paraurti incastrati allo stop. Dal punto di vista sociologico la neve a Milano è sempre un esperimento interessante: Benché nevichi dalle due alle dieci volte l'anno è sempre come fosse la prima volta e la gente non sa più che fare, presa alla sprovvista. Voglio dire, mica è uno tsunami o un terremoto che non te lo aspetti...

Se un quarto di secolo fa la neve mi divertiva ora la vivo come un impiccio inutile. Le ho tolto tutta la poesia, ora è semplicemente un impedimento alla mia giornata di lavoro, ai miei impegni, ai miei spostamenti. Oggi è una rottura di balle, una delle peggiori.
Ma non stasera, stasera è solo un ricordo che passa da un vetro mentre io me ne sto qui con il mio bicchiere di vino. I piatti aspetteranno, come i passeggeri del tram.

venerdì 18 dicembre 2009

Nati comodi

Attenzione: state per leggere un post evidentemente inutile.


Fa freddo.
Se qui al mio fianco ci fosse mio nonno paterno, soldato tra le nevi come Rigoni Stern, lo sentirei controbattere "in Russia sì che faceva freddo". Quando ero piccino me lo ripeteva in continuazione, non c'era giorno durante i mesi invernali che non si avverasse questo scambio di battute.
Finora quest'anno c'era andata bene, a noi MiM (Motociclisti Invernali Masochisti), ma oggi nevica. Da qualche giorno si è fatta dura, l'inverno alla fine è arrivato e la voglia di vestirsi come Gagarin ogni mattina per andare in ufficio è venuta meno. Mi espongo dunque qui davanti a tutti voi, cari amici, per fare outing. Ammetto pubblicamente che ho ceduto al richiamo della comodità. Non a quella di una moderna vettura giacché una vettura non possiedo. Ma a quella ben più modesta dei mezzi pubblici, tram e autobus noti con l'effige ATM che, come definii in passato, è l'acronimo appunto di Antiche Torture Milanesi.
Ma non voglio fare un post sull'utilizzo dei mezzi pubblici, magari in futuro, sono qui per rendervi testimonianza del mio cedimento: ho parcheggiato la moto sotto una tettoia e lì è rimasta. La vedo ogni volta che entro ed esco, ci butto un occhio rapido per verificare che tutto sia apposto ma ho un po' paura ad avvicinarmi e non mi faccio notare. Credo che se la sia presa. Come quando a seguito di un battibecco con la fidanzata segue il silenzio. Lasci passare qualche giorno, giusto il tempo che ci vuole per capire che sei un pirla e che bastava farla subito quella maledetta telefonata e le cose si sarebbero sistemate al volo anziché aspettare inutilmente che a chiamare questa volta fosse lei. Andiamo, lei è bellissima e poi è lei, non può farlo. E' inutile fare l'uomo che non deve chiedere mai, trincerato dietro una barba da tre giorni e un cocciuto silenzio. Tu chiedi eccome, stai solo fingendo perché sei un debole e hai preferito la comodità. Così passano i giorni e le cose peggiorano, il rapporto svanisce.

Sono qui, amici, per rendervi questa testimonianza. Ho preferito quella comodità. Ho dunque tradito la mia fedele due ruote per un filobus sporco, arancione e di fascino pressoché nullo. Più che pentirmi me ne vergogno. Sono nato nell'era della comodità, solo questo posso citare a mia discolpa. Una volta gli inverni erano più rigidi e non c'erano alternative: mio padre meno di cinquant'anni fa si sparava quindici chilometri di aperta campagna pedalando più forte che poteva per scaldarsi e non c'aveva neppure il Moncler. Di mio nonno meglio non raccontare. La mia generazione invece è abituata bene. Ho amici che usano la macchina anche per andare a pisciare ed io non è che mi sento un virtuoso solo perché mi ciuccio il freddo in moto o sui mezzi. Sono solo un po' meno comodo, ma solo perché subentrano altre variabili come il denaro.
Anzi, per non gelarmi il nasino non esco quasi più di casa, sono diventato un eremita e amici e conoscenti sospettano sia solo per evitare il tour di auguri natalizi. Ma non è così, lo giuro. Il tour natalizio lo eviterei comunque con qualche scusa brillante.
Lezione numero 6: fa freddo e nevica pure, ma alla fine è solo la volontà che ti frega. Cioccolata calda?

photo credit: John© Flickr.com